luoghi e storie di lago // C’ era una volta la seta… del Verbano

Ricordo di essere entrata da bambina in uno di questi stanzoni semibui dove venivano allevati i bachi da seta e di essermi stupita nell’ udire come un rumore di pioggia scrosciante. Non vidi nessuno né potei scoprire l’ origine del rumore se non quando avvicinandomi ai graticci capii che proveniva dalle mandibole di questi innumerevoli vermiciattoli che addentavano le foglie di gelso”

A partire dalla metà del 1700 ebbe grande espansione nelle terre della Sponda Magra la gelsibachicoltura e per tutto l’ ottocento rappresentò una voce significativa nei bilanci delle famiglie che vi si dedicavano. Si trattava quasi esclusivamente di attività sussidiaria al lavoro agricolo e si svolgeva nell’ arco temporale di 50-60 giorni a partire dal termine del raccolto.

All’ allevamento dei bachi da seta si affiancava la piantumazione e la cura delle piante di gelso le cui foglie rappresentano il nutrimento delle preziose larve.

Da una relazione inviata all’ Imperatore Giuseppe II risulta la presenza di una filanda a Porto Valtravaglia nel 1769, presenza attestata dall’ economista e filosofo Melchiorre Gioia che agli inizi del XIX parla di due filande a Castello Cabiaglio e appunto a Porto Valtravaglia.

Nel 1855 il Comune di Porto mise all’ asta il dominio dello spiazzo a lago per ricavarne un gelseto e anche il Comune di Germignaga (per lo stesso motivo) diede in concessione un terreno sul limitare del fiume Tresa.gelso

Fino agli inizi del novecento la lavorazione della seta rappresentò uno dei propulsori primari dell’ industrializzazione nelle terre del Verbano, primato che andò incontro nel corso del secolo ad un progressivo declino dovuto alla introduzione delle fibre sintetiche e all’ aumento dei costi di produzione.

Il filo di seta si importa vantaggiosamente dall’ oriente, e i gelsi, ormai resi inutili, sono stati quasi tutti tagliati. E’ un peccato, erano belli e in principio d’ estate portavano frutti dolcissimi, grosse more allungate, alcune bianche o rosate, altre rosse e violacee, che davano appunto il nome all’ albero che in Lombardia viene chiamato morone. In quella stagione noi ragazzi avevamo sempre le mani e la bocca macchiate di rosso, e ricordo la dolcezza un po’ stucchevole e acquosa di questi frutti, un sapore ormai perduto”.

Tra le virgolette: Arboreto Illustrato di Sussy Errera.

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