luoghi e storie di lago // a Carpugnino, a cercar padrone, senza un soldino…

Piazza deserta a luglio, all’ una del pomeriggio solo un postino inquieto fa le ultime consegne a Carpugnino. Caldo e silenzio sul sagrato della chiesa dedicata a San Donato e all’ interno del gioiellino romanico, due restauratrici intente a mettere un cerotto alle beccate del tempo.

La statua del gatto ombrellaio al centro del paese mi fa pensare al Pinocchio di Luigi Comencini e non mi sorprenderei davvero a scorgere in fondo alla patina di afa due figure macilente… Ciccio e Franco o perché no un burattino spensierato dalle gambe di sedano.

Dalla fine del ‘700 un’ opportunità per apprendere un mestiere e sfuggire alla povertà del Vergante era quella di seguire nei loro avventurosi pellegrinaggi gli ombrellai ambulanti; a questi artigiani venivano affidati (come in un rito di iniziazione… il primo dell’ anno… sulla piazza di Carpugnino) bambini di sette, otto anni nella speranza che imparassero un mestiere contribuendo così a sostenere il magro bilancio familiare… “Al prumm dal lungon a Carpignin, a truà l’ Casér senza an bergnin”… “Il primo dell’ anno a Carpugnino, a cercar padrone, senza un soldino” recita un’ epigrafe collocata nella quieta piazza di Carpugnino.

Ombrellai girovaghi, una specie di corporazione con consuetudini e un gergo (il tarusc) a recintare la diffidenza e a permettere la navigazione in un mondo regolato da norme stanziali.

In base alle ricerche di Igino Ambrosini le “famiglie” di ombrellai erano 170-180 distribuite nelle 52 località circostanti il comune di Gignese.

Nel corso dei decenni i componenti di queste dinastie si insediarono, col proprio lavoro, a Torino, Milano, Roma, Bari e in altre città, dal Veneto, alla Liguria, alla Campania… e quest’ epopea del lavoro, ai giorni nostri, viene ricordata e documentata con passione a Gignese, nelle sale del Museo dell’ ombrello e del parasole.(www.gignese.it)

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Sotto una provvidenziale volta (incollata a una parete la locandina sbiadita di una sagra di paese) attendiamo il pullman perduto di una canzone di Paolo Conte senza aspettarci il colore di un incontro o un volto per fare il gioco delle somiglianze… mi fai sorridere acquattato nel fuoco della pavimentazione comunale, provi a immortalare il gatto di bronzo ma lui beffardo ti osserva dall’ ombra inaccessibile dell’ ombrello…

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