luoghi e storie di lago // Giuseppe Grandi: anche se ora sto immobile…

Possiamo immaginare una diligenza (facciamo correre la fantasia). Partenza in Valganna, diciamo non lontano dalla Badia di San Gemolo, attraversiamo Varese e proseguiamo sulla direttrice che oggi chiamiamo “Varesina”.

Con la schiena acciaccata e un bisogno impellente arriviamo a Milano e visto che nessuno ce lo impedisce (siamo in una specie di ritorno al futuro) prendiamo la metropolitana. Scendiamo dalle parti di Porta Vittoria, facciamo un pezzo di viale e arriviamo in Piazza 5 Giornate.

Siamo venuti a capire, a curiosare, il traffico distrae ma non troppo, si tratta di sottofondo contemporaneo, e ci dedichiamo all’ osservazione del monumento celebrativo di un popolo gagliardo (quamvis immota loquor).

Guardiamo l’ obelisco, le cinque donne a simboleggiare la battaglia, la campana che ridesta gli eroi, il leone e l’ aquila (rinascita nel bronzo di modelli dalMilano,_piazza_Cinque_Giornate_01 vero) e immaginiamo Giuseppe Grandi all’ opera nel suo studio-officina all’ Acquabella a ridosso dei bastioni.

Il monumento è la sua ossessione cominciata nel 1882. Per l’ edificazione di uno dei simboli del Risorgimento impiegò all’ inverosimile risorse fisiche e ideative, chiuse la sua proverbiale vitalità nel pugno inflessibile dell’ isolamento e portò la verità dove forse nemmeno lui aveva creduto di immaginare.

Durò 14 anni l’ incubo sublime e Giuseppe Grandi non fece in tempo a proteggere il viso dalla luce di un mattino milanese per meglio contemplare l’ opera nel suo infinito luogo d’ elezione. Morì a cinquant’ anni, a pochi mesi dall’ inaugurazione che avvenne nel giorno (il 15 marzo del 1895) dedicato alla rievocazione delle Cinque Giornate di Milano.

Già da tempo lo scultore, debolissimo di polmoni, si era rifugiato sofferente nella casa di famiglia a Ganna, nell’ anfiteatro di boschi e acqua sorgiva, affidandosi alle amorevoli cure della sorella maggiore Erina. Nell’ incanto della valle che dà sbocco alla pianura verso i Laghi, Giuseppe Grandi oggi riposa nel piccolo cimitero campestre a un tiro di schioppo (direbbero da queste parti) dalla Badia di San Gemolo, immaginaria fermata di un veicolo illusorio verso la metropoli e i suoi colori attenuati, terra meticcia e ospitale dove ancora (e qualcuno ce lo ricorda nel garbuglio dei giorni confusi) qualsiasi sogno o cimento è ritenuto possibile.erina

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